Il principe ranocchio

Fiaba liberamente tratta da “Il principe ranocchio o Enrico di Ferro” dei fratelli Grimm.
Illustrazioni: Daniela Drescher, DeviantArt


IL PRINCIPE RANOCCHIOmela verde le fiabe azzurrine

C’era una volta tanto tempo fa, quando i desideri si avveravano sempre, un re che aveva le figlie più belle di tutto il creato. La più bella di tutte era però la più giovane, ed il suo volto era così grazioso che perfino il sole, che di cose ne aveva viste molte, si meravigliava ogni volta che la illuminava.
Vicino al castello del re, c’era un grande bosco tenebroso e là, sotto a un vecchio tiglio, c’era una fontana. Nelle ore più calde del giorno, la principessina si recava nel bosco e si sedeva sul bordo della fresca sorgente. A volte, quando si annoiava, prendeva una palla d’oro e giocava ore e ore a lanciarla in aria e a riafferrarla.

Un giorno, però, invece che riprendere al volo la palla d’oro, questa le sfuggì di mano e cadde a terra, rotolando fino a finire dentro l’acqua. La principessa la seguì con lo sguardo, ma poi la palla scomparve nel nulla. Affacciandosi alla fontana, ella vide che l’acqua era così profonda che non si riusciva a scorgere dove finisse.
La principessa allora cominciò a piangere, e piangeva e piangeva sempre più forte e disperata, senza riuscire a consolarsi. Mentre piangeva, una voce le gridò: “Che cos’hai principessa? Perché piangi tanto da commuovere anche le pietre?”. Ella si girò per vedere da dove provenisse quella voce e vide un ranocchio, che sporgeva fuori dall’acqua la grossa testa deforme.
“Ah sei tu, vecchio ranocchio”, disse. “Piango perché la mia palla d’oro è caduta dentro la fonte”.
“Smetti di piangere e consolati”, rispose il ranocchio, “Ci penso io a recuperare la tua palla d’oro. Ma che cosa mi darai in cambio di questo favore?”.
“Tutto quello che vuoi, caro ranocchio”, disse la principessa. “I miei vestiti, le mie perle, i miei gioielli, perfino la mia corona d’oro”.
E il ranocchio: “Le tue vesti, le tue perle e i gioielli e la tua corona d’oro non li voglio, ma, se mi vorrai bene, potrò essere tuo amico e compagno di giochi, sedere con te alla tua tavolina, mangiare dal tuo piattino d’oro, bere dal tuo bicchierino di cristallo, dormire nel tuo lettino. Promettimi questo e io mi tufferò e ti riporterò la palla d’oro”.
“Ah sì”, rispose la principessa, “Ti prometto tutto quello che vuoi, purché tu mi restituisca la mia palla”.
Ma tra sé e sé in realtà pensava: “Cosa va blaterando questo stupido ranocchio? Esso sta nell’acqua a gracidare con i suoi simili e non può essere compagno di una creatura umana!”.

Ottenuta la promessa, il ranocchio mise la testa sott’acqua, si tuffò e poco dopo tornò ad affacciarsi alla superficie; aveva in bocca la palla e la buttò sull’erba. La principessa, piena di gioia al vedere il suo bel giocattolo, lo prese e corse via.
“Aspetta, aspetta!” gridò il ranocchio, “prendimi con te, io non posso correre come fai tu.”
Esso gracidava con quanto fiato aveva in gola, ma la principessa era sorda al suo richiamo.
Ella corse a casa senza ascoltarlo e ben presto si dimenticò della promessa e del ranocchio, che dovette rituffarsi nella sua fonte.
Daniela Drescher principe ranocchio
Il giorno dopo, quando si fu seduta a tavola col re e tutta la corte, mentre mangiava dal suo piattino d’oro – plitsch platsch, plitsch platsch – qualcosa salì balzelloni la scala di marmo, e quando fu in cima bussò alla porta e gridò: “Figlia di re, piccina, aprimi!” La principessa corse a vedere chi c’era fuori, ma quando aprì si vide davanti il ranocchio. Allora sbatacchiò precipitosamente la porta, e sedette di nuovo a tavola, piena di paura. Il re si accorse che le batteva forte il cuore, e disse: “Di che cosa hai paura, bimba mia? Davanti alla porta c’è forse un gigante che vuol rapirti?” – “Ah no,” disse lei, “non è un gigante, ma un brutto ranocchio.” – “Che cosa vuole da te?” – “Ah, babbo mio, ieri, mentre giocavo nel bosco vicino alla fonte, la mia palla d’oro cadde nell’acqua. E perché piangevo tanto, il ranocchio me l’ha ripescata. E perché ad ogni costo lo volle, gli promisi che sarebbe diventato il mio compagno; ma non avrei mai pensato che potesse uscire da quell’acqua. Adesso è fuori e vuol venire da me.” Intanto si udì bussare per la seconda volta e gridare:

“Figlia di re, piccina, aprimi!
Non sai più quel che ieri
m’hai detto vicino
alla fresca fonte?
Figlia di re, piccina, aprimi!”

Allora il re disse: “Quel che hai promesso, devi mantenerlo; va’ dunque, e apri.”
Lei andò e aprì la porta; il ranocchio entrò e, sempre dietro a lei, saltellò fino alla sua sedia. Lì si fermò e gridò: “Sollevami fino a te.” La principessa esitò, ma il re le ordinò di farlo. Appena fu sulla sedia, il ranocchio volle salire sul tavolo e quando fu sul tavolo disse: “Adesso avvicinami il tuo piattino d’oro, perché mangiamo insieme.” La principessa obbedì, ma si vedeva benissimo che lo faceva controvoglia. Il ranocchio mangiò con appetito, ma a lei quasi ogni boccone rimaneva in gola. Infine egli disse: “Ho mangiato a sazietà e sono stanco. Adesso portami nella tua cameretta e metti in ordine il tuo lettino di seta: andremo a dormire.” La principessa si mise a piangere; aveva paura del freddo ranocchio, che non osava toccare e che ora doveva dormire nel suo bel lettino pulito. Ma il re andò in collera e disse: “Non devi disprezzare chi ti ha aiutato nel momento del bisogno.” Allora lei prese la bestia con due dita, la portò di sopra e la mise in un angolo. Ma quando fu a letto, il ranocchio venne saltelloni e disse: “Sono stanco, voglio dormir bene come te: tirami su, o lo dico a tuo padre.” Allora la principessa andò in collera, lo prese e lo gettò con tutte le sue forze contro la parete: “Adesso starai zitto, brutto ranocchio!”

il principe ranocchio illustrazione

Ma quando cadde a terra, non era più un ranocchio: era un principe dai begli occhi ridenti. Per volere del padre, egli era il suo caro compagno e sposo. Le raccontò che era stato stregato da una cattiva maga e nessuno, all’infuori di lei, avrebbe potuto liberarlo. Il giorno dopo sarebbero andati insieme nel suo regno. Poi si addormentarono. La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d’oro; e dietro c’era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall’angoscia. La carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione.

Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:

“Enrico, qui va in pezzi la carrozza!”
“No, padrone, non è la carrozza,
Bensì un cerchio del mio cuore,
Ch’era immerso in gran dolore,
Quando dentro alla fontana
Tramutato foste in rana.”

Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che la carrozza andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi di ferro, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico di Ferro, perché il suo padrone era libero e felice.

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