Notte I, Favola 1: I tre consigli del padre

Liberamente tratta da “Le piacevoli notti” di Giovanni Francesco Straparola.
Adattamento testo: Alessia Pellegrini.


NOTTE I, FAVOLA 1: I TRE CONSIGLI DEL PADRE. mela rossa fiabe per più grandi
(Favola di Lauretta).

Questa novella racconta di come sia felice e fortunato il figlio che obbedisce con riverenza al padre, mentre il figlio disubbidiente è destinato a una vita infelice e sventurata.

C’era una volta in un’antica città, un gentiluomo di nome Rainaldo, ricco d’animo e di beni. Egli era benestante e istruito e aveva un figlio, chiamato Salardo, a cui voleva un gran bene e a cui non faveva mancare niente.
Giunto alla vecchiaia, Rainaldo sentì che non gli restava ormai molto da vivere, e fece chiamare a sé suo figlio.
“Figliolo”, gli disse. “Quando non ci sarò più, tu erediterai tutti i miei beni, le terre e il buon nome della famiglia. Amministrali a tuo piacimento e trova la tua felicità. Soltanto ti chiedo un ultimo favore”.

“Qualsiasi cosa, amato padre”, rispose Salardo.
“Tieni sempre a mente questi miei tre consigli. Il primo è questo: per quanto tu possa amare tua moglie, non rivelarle alcun segreto. Il secondo: non adottare mai alcun figlio che non sia stato da te generato, non trattarlo come tuo e non nominarlo tuo erede. Il terzo infine: non stringere mai rapporti stretti con un signore che governi da solo il suo stato, senza superiori”
Detto questo, gli dette la sua benedizione e poco dopo morì.

Il giovane Salardo, rimasto l’unico erede di tutte quelle fortune, subito si esaltò e non pensò al povero padre o ai suoi doveri di padrone. Decise piuttosto di trovare una moglie bella e che si confacesse al suo lignaggio.
Non era passato un anno dalla morte del padre, che Salardo si sposò con una giovane di nome Teodora, figlia di Odescalco Doria, uno degli uomini più facoltosi della città.
Ella era bella ed educata nei modi, anche se di animo non gentile e sdegnoso. Nonostante questo, Salardo l’amava più di se stesso e avrebbe fatto di tutto per lei.
Dopo due anni di matrimonio, vedendo che i due sposi non riuscivano ad avere figli, Salardo, dimentico del secondo consiglio del padre, decise di adottarne uno, di crescerlo come suo e di lasciarlo suo erede.
Subito assecondò il suo volere e adottò il figlio di una povera vedova, che aveva nome Postumio. Nutrì e viziò il bambino, concedendogli tutto ciò che potesse desiderare, e la famiglia passò tempi felici.

Nonostante vivesse nell’abbondanza, però, Salardo non si sentiva soddisfatto, e c’era qualcosa che non gli faceva godere appieno quella felicità.
Un giorno disse alla moglie: “Andiamocene da questa città, cerchiamo dimora altrove. Cambiare aria e amicizie sarà come una rinascita, e con tutti i miei denari possiamo permettercelo senza difficoltà”.
Teodora acconsentì e subito iniziarono i preparativi per i cavalli e per i carri che dovevano trasportare denaro e pietre preziose.
Nel nuovo paese presero presto parte della vita cittadina, e Salardo divenne un modello stimato di ricchezza e generosità, tanto da farsi amico il Marchese, comandante assoluto di quel luogo. Egli amava condurlo con sé a caccia, e i due, simili in età, divennero amici stretti e confidenti.

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Ogni tanto, Salardo rifletteva tra sé: “Per quanto io amassi mio padre, egli certo si sbagliava riguardo ai suoi due consigli. Mi aveva ammonito di non adottare e crescere come mio erede nessuno, mentre Postumio è un figlio devoto, obbediente e forte. Inoltre, aveva raccomandato di non avere rapporti con un uomo che governasse da solo. Ebbene, il Marchese non ha superiori, eppure ci lega una grande amicizia.
Probabilmente, in vecchiaia, il mio saggio padre deve aver perso la ragione. Spesso succede che gli anziani genitori vogliano dare dei consigli che non hanno senso, soltanto perché non si ricordano di come è essere giovani e prodi. Io sono ricco, ho una bella famiglia e amicizie potenti: non ho certo da temere nulla!”
E così rimuginando tra sé, gli venne in mente di violare anche il terzo consiglio del padre, e di mettere alla prova la fedeltà di sua moglie, che amava e di cui si fidava molto.
Decise allora di mettere alla prova la donna, architettando un piano. Dapprima si recò al palazzo del Marchese, dove aveva libero accesso. Prese il suo migliore falcone da caccia e lo portò via, affidandolo a un suo amico, di nome Fansoe, perché lo nascondesse fino a nuovo ordine.
Poi prese uno dei propri falconi e lo uccise. Lo portò poi alla moglie, dicendole: “Teodora, moglie cara, sai quanto il Marchese ami cacciare e non mi lasci mai riposare un poco, perché vuole che lo accompagni sempre. Per questo ho ordito un bello scherzo: ho ucciso il suo miglior falcone da caccia, e vedrai come andrà in collera, e mi lascerà libero per alcuni giorni”.
Detto ciò, le mostrò il suo falcone morto e le disse di cucinarlo per cena.
“Che cosa hai fatto?”, lo rimproverò la moglie, spaventata. “Sai che se il Marchese lo viene a sapere, tu e noi tutti saremo condannati”.
“E come potrà mai scoprirlo?”, ribatté Salardo. “Soltanto noi due sappiamo quello che è successo, e promettimi che posso contare sulla tua fedeltà, moglie mia”.
Teodora promise che avrebbe mantenuto il segreto, perfino se fosse stata minacciata di morte.

Quando il falcone fu cotto, i due si sedettero a mensa per il pasto. La donna però si rifiutava di cibarsene, tanto era cupa, e nessuna parola di conforto del marito riusciva a farle mutare idea. Al che Salardo, spazientito, lasciò andare una manata sulla guancia della moglie, e la colpì così forte da farla lacrimare.
Con la voce rotta, Teodora si alzò da tavola e disse: “Di questo gesto ti pentirai! Ricorda che presto o tardi te ne pentirai, e io saprò prendermi la mia vendetta!”.

Il giorno dopo ella si alzò infatti di buon mattino e andò diretta al palazzo del Marchese. Qui gli rivelò del falcone ucciso, e l’uomo ordinò che Salardo fosse preso e impiccato seduta stante. Riguardo ai suoi bene, essi sarebbero stati divisi in tre parti: una parte alla moglie, una al figlio e l’altra a chi lo avesse impiccato.
Al povero Salardo nulla valsero le suppliche e l’appellarsi alla grande amicizia. Il Marchese non volle ascoltarlo e lo spedì in prigione, dove avrebbe atteso il momento dell’esecuzione.

Frattanto, Postumio, venuto a sapere delle condizioni del Marchese, andò da sua madre e le rivolse queste parole: “Madre, giacché è stato stabilito che io riceverò soltanto una parte dei beni di mio padre, mentre la terza andrà a chi lo impiccherà, perché non propormi per svolgere io questo incarico? In tal modo i beni della famiglia non andranno divisi e spartiti con estranei”.
A Teodora parve un’ottima idea, e così il giovane andò a chiedere il permesso al Marchese, che acconsentì. Poi si recò dal padre in prigione e, dopo averlo baciato e avergli spiegato il suo proposito, gli gettò il cappio al collo e lo condusse sulla piazza, dove sarebbe stato giustiziato.
Salardo fu sconvolto dalla spietatezza di Postumio, che arrivava perfino a dare la morte al padre per amor dei denari.
Davanti alla folla che si era riunita, dette allora sfogo a tutto il suo dolore e spiegò il malinteso di cui era stato vittima.
“Il mio errore più grande”, concluse, “è stato quello di non dare retta a mio padre. Lo consideravo stolto e invece aveva ragione su tutto: mia moglie non ha esitato a tradirmi, mettendomi in pericolo di vita; mio figlio tiene più alla sua eredità che a me; e infine l’amicizia di un principe è volubile e cambia insieme al tempo. A nulla è valso essere sempre stato un amico fedele: vengo condannato senza possibilità di appello, e per un crimine che non ho commesso”.
La folla, a sentire queste parole, si impietosì fino alle lacrime. Ma niente poteva smuovere la volontà del Marchese, deciso a non sentire ragioni.

Finalmente egli acconsentì a ricevere Fransoe, in nome dell’amicizia che li legava, e che era l’unica persona in grado di spiegare come si erano svolte veramente le cose.
Dopo aver pregato e scongiurato, il fedele amico ebbe udienza, e potè mostrare al Marchese il suo falcone, vivo e vegeto e più forte di prima.
Subito egli provò un rimorso enorme, fece fermare l’esecuzione e chiamò a sé Salardo. Il Marchese con le sue stesse mani gli colse il cappio dal collo.
Si prodigò in scuse e offerte di risarcimento, anche se ormai niente poteva più risanare il grave oltraggio fatto al loro rapporto.
Come segno ulteriore di scuse, il principe ordinò di fare impiccare il crudele Postumio al posto del padre, ma Salardo si oppose. Combattuto tra perdonare l’ingrato giovane, oppure punirlo con la morte, nonostante l’affetto che provava per lui, optò infine per una soluzione a metà tra le due.
“Figlio malvagio”, esordì. “Io ti ho allevato e cresciuto come mio, e tu con questo mi avresti ripagato. Per il bene che ti voglio, chiederò la grazia per te. Tuttavia da oggi in poi non vorrò più vederti e sarai per me un estraneo”.
Dopo di che gli gettò intorno al collo il cappio, e aggiunse: “Porterai sempre con te questa corda, che tu stesso mi gettasti al collo, in ricordo della tua infamia”.
E da quel giorno non lo vide mai più.

Teodora, non appena venne a sapere della liberazione del marito, fuggì a rifugiarsi in un Convento di suore, dove passò tristemente il resto dei suoi giorni.
Salardo decise di partire e trasferirsi di nuovo nella sua città d’origine, dove rinunciò a parte dei suoi beni, consapevole ormai che la più grande ricchezza sta nel portare fedeltà e obbedienza alle sole persone che ci vogliono realmente bene.


Leggi la VERSIONE ORIGINALE di Giovanfrancesco Straparola

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Un commento su “Notte I, Favola 1: I tre consigli del padre

  1. Ciao … Carinissimo il tuo sito .. Leggerò tutte le favole ai miei bimbi! Grazie del tuo pensiero per me! ❤️

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